running in Miami

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mercoledì 12 agosto 2015

MY SAN FRANCISCO MARATHON

MY SAN FRANCISCO MARATHON

RICORDI ED EMOZIONI DI UN'ESPERIENZA BELLISSIMA




Una maratona non comincia mai nel momento dello start.
Chiunque si sia cimentato in qualsiasi competizione sportiva lo sa perfettamente: la gara, in realtà, costituisce soltanto l’ultimo atto di un lungo percorso che, in genere, prende le mosse mesi prima.
Un percorso fatto di sacrificio, di sudore, di forza d’animo, di momenti di esaltazione e di momenti di scoramento; uno zaino che pian piano va riempiendosi di istanti, di sensazioni, di esperienze… tutta una variegata mole di “cibi” di cui ci nutriremo il giorno della maratona, mentre percorreremo quegli interminabili chilometri che ci separano dal traguardo.
Il mio percorso di avvicinamento alla Maratona di San Francisco – prima che con l’allenamento fisico – è cominciato “mentalmente” il 18 gennaio del 2015, subito dopo l’arrivo della Maratonina dei Tre Comuni a Castel S.Elia.
Una gara strana, su una distanza anomala (22,8km) piena di salite ripide che, però, conclusi con un ottimo tempo ed un rinnovato apprezzamento per i percorsi costellati da saliscendi.
Tornando a casa in macchina, ascoltavo radio DeeJay e decisi di telefonare in diretta alla trasmissione in onda con Linus e Stefano Baldini: in quell’occasione ebbi modo di parlare per la prima volta del mio progetto di viaggio in California e dinanzi alle perplessità degli speakers circa il periodo dell’anno in cui avrei dovuto preparare la gara, nonché le difficoltà che questa avrebbe presentato visti i dislivelli che caratterizzano la città di San Francisco, mi esaltai ancor di più e – quel pomeriggio stesso – effettuai l’iscrizione on line sul sito ufficiale.

Era gennaio, a marzo avrei corso la Maratona di Roma, ma in testa avevo soltanto il 26 luglio del 2015!
Roma fu un vero successo per me. Il mio miglior tempo in assoluto su 42k. Un 3:29 che versò ancor più benzina sul fuoco dell’entusiasmo per il chiodo fisso che mi portavo in testa.
Ai primi di aprile preparai la mia solita tabella di allenamento, la stampai come di consueto e la appesi al muro: da quel momento, ogni allenamento cancellato con un segno di matita rossa mi avvicinava alla realizzazione di un sogno.
Dopo poche settimane scoprii quanta ragione avevano Linus e Baldini riguardo al caldo.
Preparare una maratona nei mesi estivi è un’esperienza “terribile”! L’alta temperatura, l’elevato tasso di umidità e le conseguenti condizioni di spossatezza dell’organismo costituiscono un cocktail micidiale che si riesce a superare soltanto con una ferrea forza di volontà e con un’alimentazione mirata che consenta di recuperare liquidi, magari coadiuvata da qualche integratore specifico.
Tutte cose che sapevo perfettamente ma che avevo, oggettivamente, sottovalutato in nome di quell’incoscienza che – da sempre – contraddistingue la mia carriera podistica!!
D’altro canto sono sempre stato convinto del fatto che se ti fermi a riflettere su quello che significa veramente allenarsi duramente tre mesi, con qualsiasi clima, a botte di 60/70/80 chilometri a settimana, per poi percorrere i 42 chilometri e 195 metri per il “solo” gusto di alzare le braccia al cielo e indossare una medaglia… beh se ci rifletti a mente fredda non puoi che darti del matto.
Se invece ti lasci prendere dal sentimento, dalla magia di quei lunghi momenti di trance in cui ti trovi, in gara, a parlare con te stesso, a guardarti negli occhi dal di dentro, se riesci a focalizzare quello che accade all’anima, prima che al corpo, se smetti di essere semplicemente uno con le scarpe da running per infilare i piedi nelle nuvole…. Allora tutto acquista una luce differente. Tutto diventa l’unica opzione possibile. Dopo la prima maratona non puoi che prepararne un’altra e poi un’altra ancora. Perché è solo in quei momenti che ti avvicini all’esaltazione, quando sul traguardo tutto diventa bianco e ti salgono le lacrime agli occhi.…
Ho esagerato??
Oh vabbè… si sa che noi maratoneti siamo lievemente esaltati!!
Comunque, per tornare all’allenamento, ovviamente nei mesi di maggio e, soprattutto di giugno e luglio cominciai ad anticipare ancor di più l’orario di corsa mattutina, fino ad arrivare ad uscire alle 5:30 per trovare un lieve refrigerio rispetto ai trenta gradi della giornata.
Un altro aspetto da curare era il fattore “pendenze”: San Francisco – lo sanno tutti – ha una conformazione orografica particolarissima e quindi il percorso della maratona è costellato da continui saliscendi, rispetto ai quali la preparazione doveva essere, ovviamente, mirata.
Per questa ragione, durante i fine settimana, cominciai a portare la famiglia al mare, a Terracina.
Terracina è uno dei miei posti del cuore. Ci ho passato le estati da bambino ed ho continuato ad andarci da adulto con moglie e figli. A ridosso delle spiagge c’è un promontorio dominato dal Tempio di Giove Anxur a 227 metri s.l.d.m. dal quale si domina l’intera costa del basso Lazio.
Da zero a + 227m in tre chilometri e mezzo di curve: tanto per rendere l’idea delle pendenze. Un percorso meraviglioso tra i profumi delle macchie di leccio, ginestra, mirto e lentisco.
I lunghi domenicali svolti in questa natura bellissima sono stati linfa per le mie gambe e per l’animo ed hanno costituito un preludio “adeguato” alle meraviglie che avrei apprezzato una volta raggiunta la California.
Com’è noto… quando ci si diverte il tempo vola! E quindi tra un lungo e l’altro è arrivato velocemente il momento di partire.
Sbrigate tutte le incombenze burocratiche (visto che il viaggio l’ho organizzato “privatamente” su internet senza il supporto di alcuna agenzia), preparati i bagagli avendo cura di mettere le scarpe da gara nello zainetto “a mano” perché… non si sa mai se mi perdono la valigia almeno le scarpe le ho con me…. Finalmente giovedì 23 luglio siamo partiti da Roma.
Il viaggio aereo per raggiungere San Francisco (con scalo a New York) è oggettivamente lunghissimo; il fuso orario corre all’indietro di ben 9 ore e ci si ritrova, alla fine, come i bambini, a scambiare il giorno con la notte.
Ma San Francisco è una città meravigliosa.  
Da quando corro ho sempre avuto il gusto di unire il turismo alle gare e direi che, anche questa volta, la scelta è risultata proprio azzeccata.
Viaggiare è già esaltante. Ma preparare un viaggio insieme ad una maratona te lo fa vivere ancora più intensamente. Raggiungi la destinazione al termine di un iter di avvicinamento sia fisico che mentale e, una volta arrivato, vivi il doppio le sensazioni che ti danno quelle strade.
Quei paesaggi te li sei immaginati talmente tante volte, li hai studiati, li hai desiderati e, finalmente ci sei arrivato, non soltanto spendendo dei soldi, ma “sudandoteli” nel vero senso della parola.
Il venerdì ed il sabato li abbiamo dedicati al turismo, con un occhio attento a non stancarmi troppo e l’altro perso nelle meraviglie che la città offre sotto qualsiasi punto di vista.

Lombard Street

Il clima, come tutti sanno, è molto fresco e ventilato e quindi, venendo dagli afosi 35 gradi di Roma, abbiamo apprezzato molto la necessità di dover indossare la felpa di giorno e addirittura il kway di sera visti i 15/16 gradi presenti al calar del sole.
Due giorni, inoltre, sono bastati per terrorizzarmi, dandomi finalmente l’idea concreta di ciò che rappresentano le salite più famose del mondo, anche se il percorso ufficiale, per fortuna, è stato disegnato in modo da evitare quelle con pendenze da “mulo alpino”!!
Il ritiro del kit con pettorale (bib number), maglia tecnica e sacca ufficiale (una bustona di plastica trasparente che, oggettivamente, lasciava molto a desiderare in confronto allo zaino di gran classe che regala la maratona di Roma) è stato sugellato dalle classiche foto di rito, e da un bel giro tra i numerosi stand commerciali dove ho avuto modo di vedere dal vivo le famose e stranissime scarpe Hoka One One, le particolarissime Newton, col loro tassello in rilievo sotto la suola anteriore e una montagna di integratori energetici i cui “assaggi” gratuiti avrebbero sfamato un intero villaggio africano.
Il padiglione del Marathon Expo

integratori alimentari
altri integratori


Insomma, in men che non si dica, era arrivata la vigilia della gara.
La classica cena a base di pasta per il carico di carboidrati è stata abbastanza complicata perché il ristorante che avevo individuato inizialmente era troppo lontano dall’albergo e, dopo una giornata da turista, non me la sentivo di raggiungerlo.
A quel punto ne ho cercato uno nei paraggi e tra le decine di ristoranti italiani, gestiti da italianissimi e pieni di maratoneti di tutto il mondo (ma quasi nessuno italiano) ho trovato posto in un localino chiamato “Pazzia” grazie alla gentilezza ed alla disponibilità del simpaticissimo proprietario Massimo, un toscano verace trapiantato a San Francisco.
Al letto presto, perché lo start della mia wave era previsto alle 5:30… ho dormito davvero pochino, tanta era l’ansia e l’emozione.
A notte fonda, verso le 4, ho cominciato a prepararmi ed, esauriti i piccoli e segretissimi riti mattutini del pre gara, mi sono avviato a piedi verso l’Embarcadero, punto di partenza della corsa.
Ovviamente era buio pesto e ricorderò sempre l’effetto delle luci dei lampioni sui marciapiedi lastricati con un composto cementizio in cui sono inseriti milioni di microcristalli… lo scintillio mi rapiva mentre mi avvicinavo alla partenza e superavo i numerosi homeless addormentati sulle griglie di sfiato dell’aria calda.

l'Embarcadero la mattina della partenza
pronto per entrare in griglia

Lasciata la borsa nel truck UPS corrispondente al mio pettorale, mi sono infilato nella griglia relativa alla terza wave, ho indossato la mia elegantissima busta della spazzatura condominiale antivento (destando non poca ammirazione nei runners autoctoni, evidentemente poco avvezzi a tali capi tecnici d’avanguardia) ed ho atteso pazientemente.
Quello è uno dei momenti più intensi che si possano vivere. Sei in mezzo a migliaia di persone che, bene o male, hanno in comune con te mesi e mesi di allenamenti. Eppure sei solo. Io tendo a concentrarmi e ad isolarmi nel mio sacco nero della spazzatura. Tengo le braccia conserte al petto e ripenso a tutto quello che mi ha portato a quell’istante. Ciondolo un poco e accenno a qualche esercizio di stretching. Ma, soprattutto, preparo la mente all’incontro con me stesso che, di lì a due o tre ore, immancabilmente avverrà.
Una chiacchiera veloce con i vicini più prossimi, frasi di circostanza. Un lampo all’improvviso quando realizzo di aver dimenticato anche stavolta di prendere l’imodium… vabbè il problema eventualmente lo affronteremo a tempo debito!
Finalmente l’onda numero due parte e, quindi, ci fanno avvicinare al nastro di partenza.
Pochi istanti ancora, tutti col dito sul GPS debitamente collegato al satellite, un ultimo controllo al chip sulla scarpa… ci siamo. Three, two, one… go go go go go!!!!!
Si parte
Alle primissime ore dell’alba si percorre in assoluta allegria il tratto di strada che costeggia il mare e dal quale si dipartono i cosiddetti PIER, dal n°1, al 33 dove partono i traghetti per Alcatraz, fino al famosissimo Pier 39, centro di multicolori attrazioni, ristoranti e negozietti, accanto al quale sonnecchiano i leoni marini ammassati l’uno sull’altro.

prime miglia

Il Fishermans Wharf si supera di slancio e ci si ritrova davanti al Ghirardelli Square, la fabbrica di cioccolato con la sua iconica insegna luminosa.
A quel punto hai percorso poco più di due miglia (sulle 26 totali) e hai sostanzialmente finito di scherzare.
Ti trovi davanti la prima salita che attraverso Fort Mason, con uno strappo improvviso, ti porterà alla zona denominata Presidio of San Francisco, un grande parco verde, antica zona militare, dal quale si diparte il Meraviglioso Golden Gate: uno dei ponti più belli del mondo.
Siamo al 5° miglio, da qui in avanti non ci sarà più nemmeno un tratto pianeggiante, per attraversare il ponte e tornare indietro (si percorre due volte, all’andata ed al ritorno) saranno necessarie altre 5 miglia… e lo spettacolo è davvero da togliere il fiato.
La luce comincia ad essere sufficiente per godere di un poco di panorama ma, come di consueto a quest’ora, la nebbia ammanta una parte del ponte la cui vetta scompare gradualmente man mano che si alza lo sguardo.
È come se il ponte unisse la strada alle nuvole… un’esperienza indescrivibile.


il Golden Gate Bridge

























Una volta terminato il “viaggio di ritorno” dal Vista Point di Sausalito, dopo aver salutato gli altri runners che affrontavano accanto a me, ma in senso contrario, la prima parte del Golden Gate ed aver notato… con una certa soddisfazione, che i pacers del 4:40 erano parecchio distanti, mi sono ritrovato nuovamente nel Presidio ed ho affrontato le nuove salite che, attraversando il Richmond District si inerpicano fino al Golden Gate Park.
Si tratta di un enorme polmone verde al centro della città, una sorta di Central Park di NY ma più grande. Misura più di 4 chilometri quadrati e racchiude alcuni degli scorci più suggestivi della città.
Tutta questa natura e questo freddo, a quel punto, avevano stimolato a dovere il mio organismo ma, per fortuna, le necessità “organolettiche” che si presentavano impellenti erano di natura liquida e non solida… l’imodium non era servito fortunatamente: bastava il tronco di un bell’albero (visto che i bagni chimici erano lontanissimi dal percorso ed invece i cespugli erano così “invitantemente” prossimi...)
Espletata la formalità in modo incivile, ho proseguito lungo i viali alberati del parco fino a spuntare nel quartiere Haight Ashbury, vicino al famigerato quartiere Castro dalle bandiere arcobaleno.
Qui, tra il 20° e il 21° miglio, quindi tra il 31° e il 33° chilometro, ho cominciato come al solito a parlare ad alta voce.
Un dialogo fitto, fatto di insulti, esortazioni, domande, risposte, parolacce… insomma tutto il campionario di piacevolezze che preludono all’incontro con quel personaggio da romanzo che sono io, dentro di me.

corri... che pensavi fosse una passeggiata??


È intorno al 33° chilometro che, in genere, le forze fisiche tendono ad esaurirsi – o almeno così pare – e si va avanti di testa e di cuore (e dell’ennesima bustina di magnesio e potassio, caffeina, carboidrati o qualsiasi cosa ci ficchino dentro a quelle melasse orribili).
Di questa parte del percorso, lungo la 16th street e fino ai capannoni della zona portuale del Portrero Point, ricordo chiaramente la bruttezza delle abitazioni e l’assurdo susseguirsi di salite e discese, come sulle montagne russe.
Guardavo il GPS, mi diceva che ero al 38° chilometro. Cazzo ne mancano solo quattro. Possibile che ci siano ancora salite? Ma l’arrivo non era di nuovo sul lungomare? Come cazzo è possibile avere un lungomare in salita? Un’altra curva… un’altra salita. Urlo “…..e vaffanculooooo!!!” qualcuno si volta a guardarmi ma non so se ha capito o se lo prende per un incitamento.
Finalmente vedo il mare.
Sbuca dietro uno stabile grigio e in lontananza si staglia il San Francisco – Oakland Bay Bridge: un ponte altrettanto bello ma meno famoso del Golden Gate e bianco come il latte.
Lo vedo e mi pare troppo lontano rispetto alla mappa che avevo in testa. Vedo, poco prima, l’enorme At&T Park, lo stadio di baseball della locale squadra dei Giants.
Tutto mi sembra troppo lontano rispetto all’idea che avevo del traguardo.
Tutto troppo lontano. E io sono stanco. Ma almeno le salite sono finite.
Mi concentro, stavo perdendo la concentrazione ed invece devo stringere i denti ancora per un paio di chilometri.
Finalmente vedo davanti a me l’enorme arco con la freccia rossa conficcata nel terreno del Cupid's Span… è il segnale che il traguardo è raggiunto.
Come al solito, non capisco più niente… vedo l’impalcatura della finish line avvicinarsi piano e porto la mano sul cuore a sentire il battito di chi, ancora una volta, mi ha fatto superare il limite, mi ha accompagnato per mesi, chilometri, ore, miglia, lacrime, albe e tramonti… pompando fiducia e forza… infondendo nelle mie vene il sangue denso dell’esaltazione, trasformando una briciola in un gigante.
E d’un tratto è tutto bianco. Ho gli occhi pieni di lacrime, la gola strozzata dai singhiozzi. Una medaglia al collo e un telo luccicante addosso.
Mi giro e vedo la mia famiglia che mi saluta e mi fotografa gridando! Rispondo in preda all’euforia e li ringrazio sbracciandomi. Sono orgogliosi di me e mi comunicano il tempo finale: tre ore e trentasei minuti... Incredibile alla vigilia.
Guardo le mie scarpe e la medaglia e rido. Sono felice e distrutto. È l’estasi: se ognuno potesse provare la sensazione dell’arrivo di una maratona non esisterebbe più la domanda “ma chi te lo fa fare”!










La medaglia al collo sarebbe rimasta almeno per un paio di giorni ancora… e gli americani ci fanno caso e si congratulano e ti chiedono.
Le emozioni fortissime e le diapositive meravigliose che San Francisco mi ha regalato, invece, rimarranno per sempre impresse nella mia memoria.






7 commenti:

  1. Complimenti come sempre non solo x la maratona (Davvero di quelle toste) ma anche e soprattutto x il racconto appassionante!

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  2. Tutto fantastico, io una cosa sola non ho capito: ma chi te lo fa fare?!
    ;)

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  3. Un racconto emozionante, vissuto con la giusta esaltazione che solo chi corre può comprendere a pieno, le fatiche che affrontiamo in ogni gara sono poca cosa a confronto a quella che tu hai fatto, l'esaltazione e la tua giusta ricompensa in una manifestazione magnifica come la persone che sei, complimenti.
    (Francesco Trantaso)

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  4. Giampaolo mi hai fatto rivivere l'emozione della Maratona e nel finale del tuo racconto ho pianto anche io :-) BRAVOOOOOOOOOO

    Mino Perugia

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  5. Grazie Mino!!! Un abbraccio e a presto!!

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